Come San Bernardino, sulle tracce di un nuovo umanesimo. L'omelia del Ministro provinciale.

Ecco il testo integrale dell'omelia tenuta oggi nella magniloquente Basilica di San Bernardino a L'Aquila da fr. Massimo Fusarelli, Ministro provinciale, davanti alle spoglie del Santo senese.

Al centro della cappella Bufalini, affrescata dal Pinturicchio nella Basilica romana di S. Maria in Aracoeli, per secoli centro dell’Ordine, vediamo San Bernardino da Siena con i piedi ben piantati per terra mentre indica il cielo. Il Santo è immerso nell’ambiente naturale del creato, nel quale l’Umanesimo colloca la persona umana come a casa propria. Questo radicamento nella realtà lo troviamo anche nell’affresco di sinistra che rappresenta la morte del Santo, ambientata in una tipica piazza quattrocentesca, quella di una città ideale. In essa uomini e donne, bambini e vecchi, ricchi e poveri, preti e magistrati - insomma l’umanità del tempo - son lì, mentre il Santo è rappresentato nell’ultimo passaggio.



Anche qui il contesto del transito di san Bernardino non è posto in un ambiente religioso e metafisico, ma nel cuore della città, della vita quotidiana delle persone del suo tempo. In questo modo l’arte ha fissato un elemento centrale della persona e del messaggio permanente di san Bernardino da Siena, del quale oggi celebriamo la festa solenne: egli, da uomo del suo tempo, ha avuto una sensibilità straordinaria per tutto ciò che è naturale e umano ed è proprio qui che ha scoperto, francescanamente, l’impronta di Dio creatore.

Ha saputo così vedere la realtà tutta nella sua consistenza, riconoscendovi proprio all’interno la presenza operante del Signore. Per questo Bernardino da Siena può essere detto uno dei grandi umanisti del ‘400 italiano: ne ha accolto il senso, l’anima e l’ha tradotta nel suo annuncio, nel contatto con il popolo in tante città italiane e nella sua interpretazione della fede cristiana.


C’è un segno particolare che ci permette di scorgere questo elemento: una rappresentazione plastica del Nome di Gesù, che san Bernardino ha ideato sin dalla sua prima predicazione a Milano nel 1418. Attraverso un cammino personale di fede e di studio, soprattutto degli autori e teologi francescani, e con l’acume del consumato comunicatore, san Bernardino arriva a cogliere in questa raffigurazione del Nome di Gesù il valore e la bellezza della vita e della realtà. In un’epoca in cui l’uomo veniva messo sempre più al centro, Bernardino sa interpretare questo anelito dell’uomo mettendo in risalto il Nome dell’Uomo Perfetto, compimento dei desideri e delle aspirazioni degli uomini: Gesù Cristo, Colui nel quale Dio ha detto chi è per noi e che cosa opera per noi. Ecco il nome di Gesù al centro. Perché proprio il Nome? Nella Sacra Scrittura esso rimanda alla tradizione di Israele, dove il nome di Dio non si può pronunciare, ma solo tentare di esprimerlo in mille modi diversi. È l’incontro con Gesù Cristo che ha permesso ai credenti in lui di riconoscere che finalmente il nome di Dio si è manifestato. In una omelia anonima del sec. II leggiamo: “Ora il Nome del Padre è il Figlio”. E già nel Vangelo di Giovanni, tutte le parole di Gesù che iniziano con “Io sono”, sono un’allusione al Nome di Dio, rivelato da Gesù nelle sue diverse azioni come nelle diverse sfaccettature di un prisma.



Nel passo degli Atti che abbiamo appena ascoltato, Pietro dice: “non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). Il Nome di Gesù rimanda a quello di Dio, che è il salvatore, e, infatti, il significato ebraico del nome di Gesù (Jeshua) vuol dire proprio “Dio-salva”. Il nome di Gesù allora è già in sé una preghiera, di invocazione e/o di ringraziamento. Il Nome di Gesù richiama così tutta una sintesi della fede, che il nostro san Bernardino ha riproposto all’epoca sua. Come lo ha fatto?


Forse come uno che appartato dal mondo lo osserva e lo giudica dall’alto? No! Maria Sticco scrisse di lui tanti anni fa e in modo sempre attuale: “Leggendo S. Bernardino scompare l'altezza del pulpito e ci è accanto qualcuno che sembra viva la nostra vita d'ogni giorno; qualcuno che, mentre rimprovera, sa capire e compatire; che, mentre canzona, sa consigliare e incoraggiare, unendo in sé due atteggiamenti quasi sempre inconciliabili: il senso comico che raffredda e distacca, l'amore che comprende e congiunge. È questo il metodo di S. Bernardino: entrare nel vivo dell'umanità per elevarla”. È proprio a questa umanità da lui profondamente amata, che Bernardino ha rivolto l’annuncio del vangelo eterno. La pagina dell’Apocalisse ci riporta la visione dell’angelo che dal punto più alto del cielo annuncia un vangelo eterno rivolto a tutti gli uomini, le donne, le stirpi, le lingue dell’umanità. C’è in questa pagina la percezione che il Vangelo non ha ancora raggiunto tutti gli uomini, soprattutto quelli che dominano la terra. Ecco allora l’invito ad annunciarlo così da prendere Dio sul serio, considerandolo per quello che è e per quello che fa. Infatti, i tre imperativi, temete Dio, dategli gloria, adoratelo, richiamano il dono che Dio fa all’uomo e l’accoglienza e la restituzione a cui la creatura è chiamata. Nella predicazione vibrante di San Bernardino risuona l’ansia per la salvezza degli uomini del suo tempo, il desiderio che Dio sia conosciuto e amato, che il Vangelo giunga a tutti, e che la vita ne esca trasformata, resa vera e feconda. San Bernardino lo ha fatto avvicinandosi a tutte le creature con un senso di fraternità “che non diffida di nessuna forma di vita, di nessuna novità, di nessun peccatore, che infine apre l'intelligenza a tutto

comprendere: «Più capisce chi ama che chi non ama». Un autentico francescano non è mai lontano dai suoi contemporanei, non mai estraneo od ottuso alle loro esigenze. Troppo sa vedere i lati buoni dell'età sua per batterla in breccia; se mai la supera, annunciando un'età migliore: S. Bernardino colse il fiore del Quattrocento” (M. Sticco).



Celebriamo la festa di San Bernardino qui a L’Aquila in un tempo particolare, che ci ha fatto sperimentare tutta la nostra precarietà e l’incertezza del futuro. La celebriamo in un tempo in cui questa situazione obbliga anche la nostra fede a ripensarsi, a non darsi per scontata, in modo da annunciare il vangelo eterno nei linguaggi e nelle sensibilità che gli uomini e le donne di oggi possono intendere e accogliere, anche se sappiamo che la parola del Vangelo resta uno scandalo che chiede sempre un salto, un abbandono: in una parola la fede. Mi sembra che san Bernardino ci inviti a prendere sul serio l’annuncio del Vangelo, a non cedere al senso di stanchezza, di fallimento, che il torpore e la distanza dei nostri contemporanei, tra cui si siamo anche noi, sembrano dettarci. Ma questi ultimi sono forse annoiati dalla parola fresca e viva del Vangelo o non piuttosto dalle nostre parole che la balbettano?


San Bernardino ha creduto proprio in questa permanente novità della parola evangelica, che è Gesù stesso. Se ne è fatto raggiungere e trasformare, quindi l’ha annunciata con tutte le fibre del suo essere. San Bernardino ci richiama ora come comunità cristiana ad accogliere ancora noi per primi l’annuncio del nome di Gesù e a lasciar agire quindi la potenza della fede, della speranza e dell’amore per dirlo oggi con parole e gesti nuovi della novità dello Spirito, e non appena per le strategie che attuiamo per comunicarlo. A noi suoi fratelli, mi sembra che Bernardino voglia dire di credere ancora che la vita evangelica vissuta secondo l’intenzione di San Francesco è possibile, con la libertà e l’agilità dei piccoli e dei minori, con l’amore ardente dei cercatori di Dio, con il cuore libero di chi sa diventare fratello di tutti, a partire dai poveri. E il Santo senese ci dice che questa vita di frati minori va vissuta cordialmente e con gioia, senza polemiche, per unire e non per dividere, non come una ideologia, ma come una vita che riceviamo e che lasciamo esplodere.


Riconosciamo di essere smarriti nella complessità di questo tempo, tentati di custodire musei o di rannicchiarci nelle nostre piccole zone di sosta e di conforto per salvare il salvabile. Non è un tempo il nostro che sembri dar fiducia all’utopia e all’audacia, alle passioni forti. Ci può prendere l’agitazione di trovare nuove formule. O forse ci è chiesto quel tempo di distanza e di silenzio che San Bernardino si è dato preparandosi alla sua missione? E non sarà in questo crogiuolo, dove non sono più pronte all’uso parole e forme a cui eravamo abituati, che potremo accogliere anche noi la parola del vangelo eterno, sempre nuovo? Una parola che ci ricorda la centralità del nome di Gesù, della sua persona viva, l’amore ardente di Dio per l’uomo e la nostra simpatia e promozione di tutto ciò che è autenticamente umano.

Tutto questo passa anche nei sentieri stretti del nostro tempo: le questioni della vita e della morte, dell’identità, di ciò che sembra andare aldilà dell’umano, del posto preponderante della scienza e della tecnica, del dominio della finanza sullo sviluppo delle persone e dei popoli, sulla questione ecologica e sull’intelligenza artificiale come su tanti altri punti. In tutto ciò non possiamo rinunciare alla fatica del pensiero e della fede, della ricerca e

dell’annuncio.



Ci mostri la strada san Bernardino di Siena, uomo giovane anche nella sua malandata vecchiezza, perché ardente del Vangelo. Uomo appassionato e capace di amare, non rassegnato, premuroso per la presenza viva dello Spirito del Signore in ogni scintilla di bene e di vita, attento a non disprezzare nulla di ciò che è umano e a non sentirsene estraneo, ma pienamente partecipe.

Vigile nel cercare, amare e annunciare il Nome di Gesù, perché inclinato con amore sul nome delle persone, di tutti, con la preferenza dei piccoli e dei poveri. E se la nostra epoca invoca un nuovo umanesimo, sia da qui che noi possiamo portare il nostro umile, ma deciso, convinto, amante contributo: dall’ascolto nuovo del Vangelo di Gesù, perché il suo Nome benedetto illumini e scaldi la vita nostra e di tanti contemporanei, che in modi diversi e spesso inediti, pur tuttavia lo cercano e lo invocano, forse senza saperlo.


Facciamoci cercatori con tanti di loro, per restare sulle orme di Gesù Cristo, nel quale la nostra umanità è chiamata alla vita piena e compiuta, alla gioia che non è di questo mondo, ma che esso cerca sempre con anelito instancabile. Possa riconoscersi un bagliore di questa gioia sui nostri volti e sui legami fraterni che possiamo promuovere; resi sempre nuovi dallo Spirito Santo nell’ascolto fedele della parola di Dio, dall’Eucaristia celebrata e vissuta nella carità umile e coraggiosa verso tutti. Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi e noi possiamo imparare a piegarci dinanzi agli umiliati del nostro tempo, perché il vangelo eterno raggiunga ciascuno e tutti trasformi.



Fr. Massimo Fusarelli, ofm

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