Padre Giuseppe Spoletini, il segreto di un uomo buono. L'omelia del ministro provinciale.

Pubblichiamo di seguito l'omelia tenuta nella parrocchia di San Francesco a Ripa (Rm) da fr. Massimo Fusarelli, Ministro provinciale, in occasione della solenne celebrazione eucaristica del 25 marzo 2021, settantesimo anniversario della nascita al cielo del Servo di Dio p. Giuseppe Spoletini OFM.





Il 25 marzo, festa dell’Annunciazione del Signore, nel 1951 era il giorno di Pasqua: felice unione dei due

misteri nel giorno che ha visto morire qui a San Francesco a Ripa, nella stanzetta col balcone in parrocchia, p. Giuseppe Spoletini, un uomo buono, un uomo comune, un uomo eccezionale nella normalità della sua esistenza. Anche nel momento della morte fu normale, continuando a ricevere persone e a confessare fino a solo due giorni prima. Siamo qui a settant’anni dal suo ritorno al Signore e possiamo dire che non solo ancora lo ricordiamo con venerazione, ma abbiamo la possibilità di scoprire il segreto della sua vita, della sua vocazione francescana, della sua vita sacerdotale, della sua santità.


Qual è questo segreto? Sicuramente la semplicità, la più totale normalità, l’umiltà di una persona che «aveva la convinzione pratica di essere un nulla e quindi quel poco che aveva proveniva totalmente da Dio e in Dio era posta tutta la sua fiducia». (p. Rizziero Troili)

In questa semplicità del Servo di Dio, del quale la Chiesa ha riconosciuto recentemente le virtù eroiche e che quindi speriamo di poter presto invocare come Venerabile, troviamo un’eco della parola che oggi la Solennità dell’Annunciazione ci fa ascoltare: Eccomi!

L’ eccomi di Gesù Cristo quando entra nel mondo, in tutto obbediente al Padre.

L’ eccomi di Maria alla chiamata del Signore, così diversa da ogni umana comprensione.

L’ eccomi di san Francesco, di cui il Servo di Dio fu figlio amantissimo, nell’umiltà e nella povertà.


Sintonizzandoci con questi “sì”, possiamo ascoltare l’eccomi di P. Giuseppe nella sua vita umile e

nascosta, lieta e amabile, pronta al servizio dei suoi fratelli, dei poveri, dei malati, dei peccatori.

L’eccomi di Maria nel racconto di Luca è frutto della sua fede penetrante, che sa porre domande e

anche obiezioni, sino ad abbandonarsi totalmente a Dio; totale disponibilità di un’umanità piena e

matura della fanciulla di Nazareth.

L’ eccomi di padre Giuseppe appare immediato, puro, scevro da dubbi e tormenti nella fede.

Tutto in lui appariva luminoso, trasparente, quasi di fanciullo.

Eppure possiamo intuire che ciò era frutto del lungo silenzio, della prolungata preghiera, della ricerca

intensa e instancabile del Volto del Signore, come testimonia un pellegrino a Fontecolombo:

«piccolo, magro, pallido, che se ne sta in silenzio a lungo, come immerso in un sogno, ma che,

appena parla, fa capire di essere un vero pozzo di erudizione francescana e religiosa» (J. Jorgensen)

È come se il fremito profondo della sua unione con Dio e della sua ricerca, del suo eccomi, si

dimostrasse nella totale disponibilità, nell’apertura di cuore e nel tratto cordiale amabile con tutti,

comprese le persone moleste, e come appunto se questo fremito emergesse solo a tratti, a lampi:

«piccolo di statura, magro, spariva quasi nel saio francescano. Teneva d’ordinario gli occhi bassi,

ma se te li alzava in fronte, ci vedevi dentro il Paradiso. Non era sapiente secondo il mondo, ma lo

era secondo Cristo, della sapienza dei pargoli: e per questo era dalle anime straordinariamente

cercato, apprezzato, seguito, ascoltato» (Mons. Vincenzo Gremigni)


Questa luce negli occhi è abitualmente frutto di una lunga lotta, di un corpo a corpo con Dio, con la

sua presenza, con la sua volontà d’amore, con il suo silenzio, con non coincide mai con le nostre

immaginazioni e attese. E possiamo dire che padre Giuseppe ha conosciuto tutto ciò, seppure velato

nel suo instancabile sorriso, nel non mettersi mai al centro anzi nel fuggire, nel nascondersi.

Da dove possiamo intuire qualcosa della luce del suo eccomi che traluceva dai suoi occhi?

Il primo segno del suo eccomi è la sua instancabile preghiera:

«Non ricordo il giorno, in cui, pur entrando alle stimmate nelle ore più disparate, non vi trovassi

padre Giuseppe genuflesso nell’angolo a destra dell’altare maggiore, in atteggiamento di

profonda devozione, spesso di autentico rapimento». (Sig. Enrico Alessandri)

E quante testimonianze del genere! Lo animava una preghiera continua, tessuta di esercizio della

presenza di Dio e dell’invocazione del suo nome. Una preghiera capace di quieta sosta davanti al

Signore nell’Eucarestia, come uno sguardo amante rivolto verso l’Amato. Non si ha testimonianza in

lui di devozioni particolari o di pratiche speciali: anche qui un uomo ridotto all’essenziale.

L’altro segno del suo eccomi è la sua squisita umanità, che si manifestava nell’attenzione alle piccole

necessità dei frati e delle persone, con discrezione ed equilibrio; nella sua amabilità e cortesia con i

poveri, con le persone sofferenti e piegate dalla vita, con quanti erano più fragili.


Per esempio, proprio qui a Ripa prestava volentieri servizio agli sfollati nella vicina caserma, e lo

faceva appena gli era possibile e senza apparire. I poveri erano amati e riconosciuti da lui:

«ricordo che dopo le confessioni, una suora portava al servo di Dio del caffè e un panino. Egli

non soleva prendere nulla, però pensando ai poveri, prese a mettersi nella manica il panino; e la

suora allora portava due panini per dar modo al servo di Dio di fare elemosina. Costui chiese

anche una volta degli indumenti usati, mettendo in risalto che vi erano dei poveri che non avevano

nulla» (Sr. M. Eufrasia)

Poteva incontrare i poveri perché lui lo era per primo, nel servizio umile, nello stare all’ultimo posto.

«L’ultimo posto era sempre il suo, e non faceva mai caso se i giovani stavano avanti a lui». (P.

Felice Magliozzi).

«Ma quante volte non l’ho trovato anche intento ad accudire ai servizi più modesti, quale, per

ricordarne uno, a ramazzare il pavimento della chiesa?». (Sig. Enrico Alessandri)

«Rifulgeva l’umiltà di p. Giuseppe perché si esibiva volentieri anche nei lavori materiali, e in

quelli più modesti». (P. Girolamo Mele)

«Aveva sempre deferenza per tutti; egli era umile e silenzioso; non ha mai ambito una carica:

vedeva che i suoi antichi novizi progredivano e si affermavano, ed egli mostrava verso tutti

rispetto» (P. Giuseppe Talone)

«Si può dire che nei riguardi del prossimo agisse in punta di piedi per non disturbare l’opera di

Dio» (Rev. Romolo Camponeschi)





Il Servo di Dio ha vissuto infine il suo eccomi in modo particolare nel ministero del confessionale:

«La sua attività? Prodigiosa! Passava ora in confessionale ad accogliervi numerosi fedeli, uomini

e donne, che erano suoi penitenti; ma passavo interi pomeriggi in sacrestia, a disposizione sempre

di un numero infinito di sacerdoti, che gli si erano spiritualmente affidati.

E non è vero, come taluno può pensare, che si potesse essere attratti a lui, in questo particolare

ministero (del confessionale), solo dal suo spirito di comprensione, dalla particolare sua

indulgenza, che poteva alle volte sembrare eccessiva, ma anche perché, sia pure in una forma

forse rudimentale, certo quanto mai semplice, sapeva rivolgere ammonimenti e consigli pieni di

saggezza, pieni soprattutto di conforto e di speranza. Raramente al mattino saliva in camera. Ma

se era salito, ogni volta che era chiamato da chiunque, o per la comunione o per la confessione,

o anche solo da un povero per il pane, egli non esitava ridiscendere, adonta di molti gradini, che

evidentemente lo affaticavano» (Sig. Enrico Alessandri)

Non era un sacerdote esperto di predicazione, né da conferenze, ma aveva ricevuto da Dio il dono

dell’ascolto, della comprensione, dell’incoraggiamento e della misericordia. E lo ha esercitato tutto

questo dono, in una continua, infaticabile, lieta dedizione al ministero dell’ascolto e del perdono.

La sorgente di ciò era quanto un confratello testimonia di lui:

«Il padre aveva un vero spirito di fede e la infondeva negli altri von parole ed esempi». (P.

Girolamo Mele)


E ciò non veniva certo da lui e basta:

«Il servo di Dio riferiva ogni cosa Dio e mostrava in ogni circostanza, anche minima, una grande

fiducia nella divina provvidenza ed infondeva continuamente anche negli altri con la parole con

l’esempio, la sua grande fiducia in Dio» (P. Elia Carosi)

Che cosa aveva che attirava tanti al suo confessionale?

Da quello che sappiamo da molte testimonianze, egli non diceva grandi cose, bensì ripeteva

abitualmente le stesse frasi, gli stessi pensieri, ma ogni volta adattati a ciascuno e alla sua particolare

situazione. Era capace quindi di un vero ascolto che lo rendeva attento al vissuto di ciascuno.

Inoltre mai esasperava, mai scoraggiava, mentre invitava instancabilmente a guardare avanti, a

«mettere una pietra sul peccato», come amava ripetere, a sollevare lo sguardo dal proprio io e ad

avere fiducia in Dio. E le persone di ogni età, condizione, stato di vita ricorrevano a lui trovandone

sollievo, vale a dire quella possibilità di sperare, di avere ancora una porta una strada aperta che

all’uomo e quanto mai necessaria.

Ecco per sommi capi richiamato l’eccomi del servo di Dio. Il segreto del suo cuore resta celato, ma

il frutto della sua santità è stato una pagina evangelica di letizia francescana, trasparenza di quella

presenza umile di Dio tra gli uomini che alcuni suoi amici sanno rivelare.

Per questo ricordiamo ancora il Servo di Dio e per la stessa ragione speriamo che possa essere

presentato al popolo di Dio come esempio di santità: perché ci fa vedere che è possibile amare Iddio

nelle condizioni comuni di vita, animati da fede e amore, pacificati nel cuore, capaci di amare sino in

fondo. A noi frati minori p. Giuseppe fa sentire il profumo di una vita francescana forse oggi lontana

da noi nei modi e nei linguaggi, ma nel suo nucleo sempre attuale:

la vita di chi impara a dimenticare se stesso per consegnarsi a Dio sui passi di Gesù, povero e

crocefisso: ci invita così a non rassegnarci. È possibile vivere il Vangelo, anche oggi.


La vita di chi nulla trattiene per sé per donarsi tutto a Colui che tutto a noi si è donato, come prega

san Francesco: ci invita così a scommettere sulla fede come alla questione più vera per vivere.

Ecco il segreto di una vita buona, ancora capace di ispirare e far rivolgere a Dio chi la incontra.

Un eccomi che ancora ne può e ne vuole generare altri nel nostro tempo, così stanco e triste, spesso

rassegnato: da lui ci viene un colpo d’ala, un osare il di più evangelico.

Un eccomi che libera da se stessi, alleggerisce di pesi per essere aperti al tu, all’altro, agli altri.


L’eccomi del Signore Gesù, della Vergine Maria, di p. Giuseppe, di ciascuno di noi.

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